Persone e lavoro al centro dell'innovazione

Donald Wich, Amministratore Delgato Messe Frankfurt Italia

L’avvento delle tecnologie disruptive della quarta rivoluzione industriale e del loro impatto sul mondo del lavoro è un tema da considerare con grande attenzione e interesse. “Con l’innovazione digitale non deve accadere quello che è successo con la globalizzazione”, ha detto il Ministro Carlo Calenda in chiusura del G7 dell’ICT e dell’Innovazione di Torino: l’errore da evitare è quello di non presidiare un fenomeno di per sé positivo, ma che, se non adeguatamente governato, rischia di causare danni irreparabili.

Tutti gli studiosi concordano sul fatto che l’automazione avanzata, quando assume i connotati ben più ampi della digital transformation, ha un doppio effetto sull’occupazione: sostituzione della manodopera da una parte; creazione di nuovi posti di lavoro dall’altra. Quando però si tratta di analizzare i contesti, le dinamiche e i saldi finali sia nel breve che nel lungo periodo, nessuno giunge alla stessa conclusione degli altri.

Gestire il cambiamento

Una delle ragioni di questa “discordia” è che nessun modello economico può tener conto in maniera adeguata di uno scenario reale fatto di tante sfumature. Per esempio, più che una sostituzione di specifiche mansioni, è giusto cominciare a ragionare in termini di automazione di una quota dei compiti compresi in ciascuna mansione, come ha giustamente sottolineato l’ormai famoso rapporto McKinsey pubblicato a gennaio di quest’anno.

Nessuno, per esempio, pensa che quella del medico sia una professione a rischio; eppure la tecnologia - in questo caso l’intelligenza artificiale - si farà carico di una parte del lavoro che oggi viene svolta dall’uomo in maniera poco strutturata. Con la digitalizzazione, insomma, il lavoro cambia e lo fa a una velocità senza precedenti. Credo che ce ne stiamo già accorgendo tutti, dagli operai ai manager.

La sfida delle competenze

In questo contesto la Politica si trova difronte alla duplice sfida di dover “proteggere” i lavoratori attivi, minacciati dall’avvento delle nuove tecnologie, adeguandone le competenze, e di dotare i giovani delle skill che servono all’industria di domani - un monito questo pervenuto all’Italia anche la scorsa settimana dall’OCSE. E, se il lavoro cambia, dovrà adeguarsi anche il welfare. Sarebbe un errore pensare di affrontare un tema come questo con strumenti nati cinquant’anni fa, in un contesto decisamente diverso.

Un percorso inclusivo

Occorre quindi operare una riflessione collettiva, attenta e ricca, che porti a politiche attive di lungo termine. Il G7 dell’Industria e dell’ICT si è concluso con un appello a un’“intelligenza artificiale antropocentrica” e il G7 del lavoro ha voluto portare anche le parti sociali al tavolo di una discussione guidata dallo slogan "mettere le persone e il lavoro al centro dell'innovazione". I sette grandi si sono impegnati per un mercato del lavoro inclusivo e perché nessuno resti indietro.

Un’altra buona notizia è l’istituzione di un tavolo di lavoro permanente gestito dall’OCSE pensato per favorire la condivisione delle strategie e lo scambio attivo di best practice ed esperienze.

Questi primi passi intrapresi a livello internazionale troveranno presto eco anche nelle politiche nazionali, con formazione e lavoro al centro della prossima manovra di bilancio.