Intervista al presidente di WMF Diego Andreis

Intervista al presidente di WMF Diego Andreis

La digital trasformation sta modificando radicalmente il settore meccatronico, rivelando un gap in termini di skills necessarie ad affrontare il cambiamento. Quali sono gli aspetti in cui il nostro Paese dovrebbe investire maggiormente?

Le imprese italiane hanno difficoltà a reperire le professionalità necessarie a guidare le trasformazioni dei processi aziendali in atto. L’investimento primario, in quest’ottica, deve essere quindi nella formazione delle skills richieste dalle imprese. Fino ad oggi, per ragioni culturali e politiche, c’è stato un enorme disallineamento tra le esigenze delle imprese e le competenze dei lavoratori. Guardiamo però con ottimismo alla recente approvazione della riforma del sistema degli ITS: l’istituzione, finalmente, della legge che istituisce il Sistema terziario di istruzione tecnologica superiore va nella direzione di un allineamento tra offerta e domanda di lavoro rendendo strutturale un modello formativo dove le imprese partecipano attivamente alla governance e alla didattica. Un modello che in Francia e Germania è attivo da tempo e che ha dato ottimi risultati in termini sia occupazionali che di competitività.

L'evoluzione dei mercati e la doppia transizione digitale ed ecologica rappresentano sfide particolarmente impegnative per le PMI. Dal suo punto di vista quali sono le strade che possono trasformare questi nuovi scenari in opportunità?

Stanno crescendo le PMI che si stanno attivando per affrontare le transizioni digitale ed ecologica con l’obiettivo di trasformare le difficoltà di questa fase in opportunità. In Italia la carenza di campioni di filiera che in questo senso tirino il sistema, costringe spesso le PMI a cercare percorsi alternativi. Le ricette per il successo nella transizione non sono univoche ma passano attraverso rinnovamento e soprattutto investimenti: l’appartenenza a ecosistemi dell’innovazione è una di queste, poi gli investimenti in digitalizzazione, la ricerca della sostenibilità ambientale ed economica, la circolarità. Se fino a qualche mese fa queste azioni potevano essere considerate opzionali e a discrezione della singola impresa, oggi, alla luce degli sconvolgimenti che stiamo vivendo negli equilibri internazionali, per la crisi energetica e la scarsità di materie prime, diventano scelte praticamente obbligate.

A supporto del sistema industriale deve però esserci un quadro di politica industriale e normativo che – a tutti i livelli – sia competitivo, chiaro e con una pianificazione di medio periodo che permetta alle aziende di fare piani industriali, e che soprattutto punti realmente a valorizzare l’industria italiana ed europea. Quello che è avvenuto di recente a livello europeo sulla decarbonizzazione imposta al settore automotive attraverso il pacchetto Fit-for-55 è l’emblema di tutto ciò di cui l’industria non ha bisogno: divieti, limiti temporali stringenti e modificati in corsa, benefici qualitativi e quantitativi da dimostrare, imposizioni non equivalenti nei principali mercati concorrenti (USA e Cina). Tutto questo in un contesto inflattivo ed energetico emergenziale per l’intero continente europeo. Le prime vittime di questa aleatorietà sono la parte più fragile del sistema industriale, ovvero le piccole e medie imprese e i loro lavoratori.

La spinta verso la transizione a un’economia circolare, inizialmente guidata dall’impegno alla lotta ai cambiamenti climatici, sta generando negli ultimi anni nuove opportunità economiche. Quali sono secondo lei i nuovi i nuovi modelli di business da adottare per una transizione green virtuosa?

Come emerso dal Report presentato al World Manufacturing Forum 2021 “Digitally enabled circular manufacturing” il lato innovativo della produzione circolare per quanto riguarda il modello di business è il trasferimento della proprietà ai produttori sotto forma di leasing e sottoscrizioni. In tali modelli, le aziende vendono i prodotti come servizi considerandoli beni in cui vale la pena investire. Per quanto riguarda la riduzione degli sprechi lungo tutto il ciclo di vita, i modelli di business non proprietari, comprese le offerte di sistemi di prodotti-servizi, mirano ad una sostenibilità finanziaria duratura, all'impatto positivo sull’ambiente e a una serie di miglioramenti sociali. Le tecnologie digitali vengono in aiuto di questi modelli, anzi sono fondamentali: le macchine intelligenti e connesse consentono la manutenzione predittiva e la produzione senza difetti tramite l'apprendimento automatico e l'intelligenza artificiale, e hanno potenziali applicazioni in tutti i settori, applicazioni e organizzazioni. Fornire l'accesso a prodotti così avanzati mantenendo il controllo e l'accesso ad essi è un fattore chiave per i modelli di business non di proprietà come il pay-per-use o il pay-per-outcome nell'industria manifatturiera, aprendo la strada a nuovi flussi di entrate.

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