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Intervista ad Ivana Veronese, Segretaria Confederale UIL Nazionale

23 marzo 2026
Intervista ad Ivana Veronese, Segretaria Confederale UIL Nazionale

Nata a Monselice (PD), una laurea in Giurisprudenza e una in Consulente del Lavoro e delle Relazioni Sindacali, dal 2018 è Segretaria Confederale della UIL Nazionale con deleghe, tra le altre, su Salute e Sicurezza sul lavoro e Amianto; Politiche attive e passive del lavoro, mercato del lavoro; Formazione nuove competenze, Istruzione e ricerca; Fondi Europei e della coesione, PNRR; Riforme Istituzionali e Costituzionali; Politiche per la coesione e lo sviluppo del Territorio; Pari Opportunità.

Ha cominciato la sua esperienza professionale nel sindacato UILTuCS (Commercio, Turismo e Servizi) dove ha ricoperto la carica di Segretaria Provinciale della provincia di Padova (1993), Segretaria Generale Regionale della Regione Veneto (1996) e, infine, Segretaria Nazionale (2009). In questa veste, ha maturato un’ampia esperienza di contrattazione a livello nazionale e aziendale in società e gruppi operanti nei relativi settori.

È stata nominata Consigliera Provinciale di Parità per la Provincia di Padova (nel 2002 e riconfermata nel 2006) ed è stata eletta nel Comitato Donne UNI Europa (2008), diventandone Vicepresidente nel 2016.

Ha partecipato, rappresentando la UIL, a molti appuntamenti internazionali interni ed esterni al mondo sindacale, tra cui il meeting Labour20 nel 2019, a Tokyo, e il Congresso dell’International Trade Union Confederation (ITUC) a Melbourne nel 2022.
Ha preso parte, per conto della UIL, a diversi progetti finanziati dall’INAIL in materia di Salute e Sicurezza sul Lavoro e a diversi progetti europei (tra cui DISCUSS e ALEXUS, incentrati sulla formazione interna al sindacato e dialogo sociale, e BEYOND, finalizzato al contrasto degli stereotipi di genere nella prima infanzia).

Negli ultimi anni la sua attività si è concentrata in modo particolare su Salute e Sicurezza sul Lavoro, tema sul quale ha incentrato molte iniziative, sia di formazione interna sia di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, e sul monitoraggio del PNRR. Veronese rappresenta, inoltre, la UIL all’interno della Cabina di Regia per il PNRR istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Ha all’attivo una lunga e ricca attività di docenza in vari enti e istituzioni.

Ivana, come Segretaria Confederale Nazionale può raccontarci come si declina l’impegno di UIL sulla formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro? Quali strumenti ritiene efficaci per rendere la formazione non solo un obbligo, ma un vero investimento per persone e imprese?

L’impegno della UIL sulla formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro si fonda su una visione chiara: la formazione non è un adempimento formale, ma uno strumento strategico di prevenzione e di qualificazione del sistema produttivo. Non può essere considerata un costo, ma un investimento per la vita e la dignità delle lavoratrici e dei lavoratori.

L’Accordo Stato-Regioni in materia di formazione obbligatoria su salute e sicurezza, pubblicato in Gazzetta ufficiale il 24 maggio 2025, con ben tre anni di ritardo, seppure abbia introdotto elementi importanti, come l’obbligo formativo per i datori di lavoro - che consideriamo una conquista storica frutto delle nostre continue rivendicazioni – ha portato a non poche criticità in materia di formazione.

In primis, il periodo transitorio di 24 mesi previsto per l’adeguamento all’obbligo formativo per i datori di lavoro già in attività appare eccessivo e rischia di ridurre l’efficacia preventiva della norma, soprattutto nei settori ad alto rischio.

L’aspetto più critico, sul quale la UIL ha sempre espresso un’opinione contraria, riguarda però l’uso della modalità e-learning nei corsi obbligatori in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Se non regolata con criteri rigorosi, questa scelta rischia di trasformare la formazione in un mero adempimento burocratico, compromettendo la qualità e la verifica delle competenze.

A parere nostro la formazione non può che essere continua, qualificata e tracciabile. La UIL continuerà a lavorare affinché questo modello diventi parte integrante delle politiche nazionali e aziendali, attraverso un impegno condiviso tra istituzioni, parti sociali e soggetti formatori in coerenza con il principio “mai più al lavoro senza formazione”.

Qual è, secondo lei, la chiave per far sì che digitalizzazione e innovazione vadano di pari passo con la centralità del lavoro dignitoso, della parità di opportunità e della valorizzazione delle competenze femminili?

Ogni strumento ci offre sempre le famose due facce della stessa medaglia: la digitalizzazione non fa eccezione. È impossibile affrontare questo tema enorme in poche parole ma, se pensiamo ad alcuni dei possibili impatti, ci accorgiamo facilmente come il medesimo effetto possa portare conseguenze negative e positive a seconda di come viene gestito.

La digitalizzazione può migliorare le condizioni di lavoro: eliminando attività ripetitive e noiose, da un lato, e quelle maggiormente faticose dall’altro, il che ovviamente è un bene nella misura in cui migliora la vita di lavoratrici e lavoratori che possono dedicarsi a compiti maggiormente appaganti e meno rischiosi. Allo stesso tempo, questo medesimo effetto è una possibile minaccia a centinaia di migliaia di posti di lavoro.

La differenza sta nel come gestiamo le transizioni, non tanto nelle transizioni in sé – è importante sottolinearlo perché il determinismo tecnologico non diventi un alibi per chi avrebbe potuto governare efficacemente il cambiamento e non lo ha fatto.

Lei mi chiede come impatteranno digitalizzazione e innovazione sulle donne, è un’ottima domanda: il tema è capire se qualcuno si è posto il problema.

Potrebbero avere un effetto estremamente positivo, di “liberazione” del lavoro femminile, così come potrebbero, al contrario, rendere ancora più spesse le sbarre delle gabbie metaforiche in cui si trovano (penso, ad esempio, all’iniqua distribuzione del carico di cura, alla segregazione orizzontale negli ambiti di studio e poi di lavoro). Non basta inserire un generico “reskilling” in qualche politica per pensare di tenere a bordo le donne, è necessaria una valutazione di sistema e, successivamente, una proposta di azione coerente. Altrimenti, le disuguaglianze già presenti non potranno che peggiorare.

Perché è fondamentale accendere un faro sul tema delle molestie — fisiche, psicologiche e sessuali — nei luoghi di lavoro, che colpiscono ancora in larga misura le donne? Quali strategie sta portando avanti UIL per sostenere una reale tutela e prevenzione?

È fondamentale perché i luoghi di lavoro devono essere luoghi sicuri. E la sicurezza non riguarda solo i rischi che siamo abituati a considerare tali – le cadute dall’alto o un infortunio in fabbrica – ma investe la tutela della salute della lavoratrice e del lavoratore a trecentosessanta gradi.

Le molestie sul lavoro distruggono la dignità della persona molestata, con una serie di conseguenze sul piano psico-fisico, e inquinano l’ambiente di lavoro nel suo complesso. L’impatto non riguarda solo chi subisce molestie ma tutto il contesto.

È una malattia sociale che ha radici profonde e saldissime in una cultura che sminuisce perennemente le donne, dentro e fuori il mondo del lavoro, che le considera ricattabili, sacrificabili, che non riconosce loro una soggettività a sé stante ma le vede come strumento per la realizzazione di una propria necessità, spesso quella di esercitare il potere, di sentirsi potenti, di poter decidere del destino di un’altra persona.

Noi, come Uil, stiamo investendo moltissimo sulla formazione – abbiamo recentemente chiuso un progetto di formazione unitario proprio su questo tema, finanziato da Inail, che ha coinvolto centinaia di RSA, RSU e RLS in tutta Italia – e sull’informazione, proprio perché, per poter avere risultati reali e duraturi, è necessario intervenire sulla cultura.

Nel mentre, però, combattiamo anche sul fronte normativo perché i datori di lavoro si facciano carico, così come peraltro richiesto dalla Convenzione n. 190 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, di questo rischio, inserendolo nel documento di valutazione dei rischi e implementando adeguate misure di prevenzione. Più volte abbiamo avanzato questa richiesta al Governo e alle controparti datoriali, aspettiamo ancora di avere una risposta.

Tag tematici: She SPS Italia Sicurezza

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