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Intervista a Giulia Caruso, visual artist

31 marzo 2026
Intervista a Giulia Caruso, visual artist

Giulia Caruso, artista dalla sensibilità poliedrica, giunge a Ibiza nel 2018, dove abbraccia la maternità e trova nelle proprie esperienze di vita—acuite dal periodo pandemico—una profonda fonte di ispirazione. Tenace sostenitrice dell’energia femminile, intreccia nelle sue opere i tessuti vibranti e le cromie abbacinanti dell’isola, trasformando il ritratto in un rito di celebrazione e rinascita. Segnata dall’esperienza della violenza domestica, Giulia ha saputo trasmutare il dolore in forza creativa, riappropriandosi della propria narrazione e ponendo l’arte come strumento di emancipazione per sé e per le altre donne.

Stabilitasi a Milano, trasforma il suo atelier in un vivace crocevia di idee e sperimentazioni. Nelle ricerche più recenti, indaga le dimensioni del vuoto umano e delle storie interrotte attraverso l’uso della resina, dando vita a opere che oscillano tra trasparenza e densità, fragilità e presenza. Ha presentato il suo lavoro in mostre personali e nel 2024 ha realizzato una significativa installazione site-specific presso il Grand Hotel Rimini, commissionata da RICHMOND IT, con l’intento di stimolare un dialogo collettivo sui temi della resilienza e dell’empowerment.

Nel 2025, in occasione dello STEM Woman Congress organizzato da Woman At Business a Palazzo Castiglioni, a Milano, Giulia crea un’opera partecipativa invitando le donne a lasciare un messaggio alla propria “sé” più giovane, componendo così un mosaico corale di memoria, creatività e autodeterminazione. Parallelamente, collabora con la Fondazione Santo Versace al progetto di riqualificazione di uno spazio dedicato ai bambini all’interno della sezione femminile della Casa Circondariale di Bollate, dove ha donato la sua opera L’Abbraccio: un gesto simbolico di protezione e continuità tra passato e futuro.

Animata da un forte senso di responsabilità sociale, Caruso progetta workshop e iniziative collaborative per coinvolgere la comunità e ispirare le nuove generazioni. Il suo percorso incarna la potenza trasformativa dell’arte come veicolo di cura, consapevolezza e speranza, soprattutto nel delicato processo di superamento della violenza domestica.

L’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle tue opere dimostra come la creatività non venga limitata dalle nuove tecnologie, ma anzi possa essere potenziata. In che modo l’AI diventa per te uno strumento di lavoro funzionale?

Il mio percorso artistico è stato trasformato dall’intelligenza artificiale, che ha rivoluzionato il mio processo creativo offrendo strumenti capaci di amplificarne velocità e qualità. Molti creativi temono l’IA. Per me rappresenta un valore aggiunto: mi permette di esplorare più mondi visivi, superare i limiti pratici della fotografia tradizionale e ampliare le possibilità espressive. Non è uno “shortcut”, ma un mezzo potente che richiede solide basi visive e culturali per poterne valorizzare l’utilizzo.

Il tuo approccio alla produzione artistica è spesso descritto come “sostenibile”. Quali scelte metodologiche, materiali o processuali ti permettono di ridurre l’impatto ambientale e rendere il tuo lavoro più responsabile?

Un altro pilastro della mia ricerca è la sostenibilità: utilizzo materiali e vernici a base d’acqua e scelgo soluzioni a basso impatto ambientale. Nella mia nuova produzione ispirata ai Preraffaelliti, la natura diventa simbolo di ritorno a se stessi. Lavoro con tessuti di lana e materiali che traducono le emozioni in densità visive, creando trame che richiamano foglie e fiori fino a una componente scultorea: un letto d’artista interamente in tessuto, reinterpretazione del letto di Ofelia secondo la mia visione.

Molte tue opere sembrano parlare del rapporto tra corpo, identità e vulnerabilità. In un momento storico in cui la violenza di genere è un tema urgente, in che modo la tua ricerca artistica può contribuire a generare consapevolezza, discussione o nuove narrazioni su questo fenomeno?

Al centro della mia pratica c’è anche l’elaborazione delle ferite legate alla violenza di genere e la trasformazione della sofferenza in materia artistica. Desidero guidare l’osservatore verso un confronto sincero con le proprie emozioni, mostrando come il dolore, quando accolto e rielaborato, possa diventare forza creativa e occasione di crescita.