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Intervista a Martina Montinaro, Senior Scientific Manager presso l’Euro-Mediterranean Center on Climate Change

9 settembre 2026
Intervista a Martina Montinaro, Senior Scientific Manager presso l’Euro-Mediterranean Center on Climate Change

Scienziata per formazione e Manager per vocazione, la missione professionale di Martina Montinaro è quella di costruire ponti tra Accademia, Impresa e Società, traducendo idee complesse ad alto impatto tecnologico in progetti trasformativi.
Avendo conseguito un PhD in Fisica e Nanoscienze ed un Executive MBA, ha maturato esperienze di ricerca in Italia e all’estero ed ha lavorato in contesti industriali e centri di ricerca internazionali. Attualmente è Senior Scientific Manager presso l’Euro-Mediterranean Center on Climate Change (CMCC), dove guida programmi di ricerca su cambiamento climatico, adattamento e transizione ecologica. 
Collabora con la cattedra di Manifattura Sostenibile presso il Politecnico di Bari ed docente in master universitari, corsi Executive e corsi di formazione aziendale su Sostenibilità, Innovazione e Ricerca Industriale.

Hai una formazione scientifica e lavori sui cambiamenti climatici: come coniughi nel quotidiano rigore scientifico a concretezza industriale?

Nel mio lavoro il rigore scientifico e la concretezza industriale non sono due mondi separati, ma due dimensioni che si rafforzano a vicenda. La mia formazione tecnica mi ha insegnato ad osservare i fenomeni con metodo, profondità e spirito critico, interpretando dati complessi per costruire modelli robusti. Invece, la mia esperienza da Manager nel settore industriale mi ha mostrato il potenziale della scienza quando diventa leva di decisione, innovazione e competitività.

Occuparsi dei cambiamenti climatici significa proprio questo: trasformare conoscenza in orientamento strategico. Nel quotidiano il mio ruolo è tradurre simulazioni, scenari e dataset in scelte operative che aziende e istituzioni possano utilizzare concretamente, dalla progettazione di processi resilienti alla valutazione dei rischi fisici e di transizione. Ma per farlo serve un approccio ibrido: scientifico nell’analisi dei fenomeni coinvolti, manageriale nel rendere la complessità comprensibile e sistemico nel connettere tecnologia, persone e impatti.

Oggi la sfida climatica richiede alle imprese proprio questo: di comprendere la complessità e renderla azione. L’esperienza nella ricerca e quella nell’industria mi hanno consentito di imparare due linguaggi differenti e di poter creare ponti tra scienza e realtà, aiutando le organizzazioni a convertire l’evidenza scientifica in soluzioni concrete.

Io credo che la vera innovazione nasca dove scienza, industria e società si incontrano. Il mio
lavoro è abitare quel confine e farlo diventare uno spazio generativo.

Qual è l'aspetto che ti sta più a cuore quando trasformi modelli climatici e dati in proposte pratiche per Istituzioni, imprese o comunità?

Ciò che mi sta più a cuore è che la conoscenza scientifica non resti mai astratta, ma diventi actionable: utile, accessibile e capace di orientare scelte reali. I modelli raccontano storie: mostrano rischi futuri, fragilità dei territori, interazioni tra clima, economia e comunità.

La responsabilità dello scienziato-manager è trasformare quella complessità in percorsi chiari, scenari leggibili e strumenti decisionali che permettano a un’impresa, ad un’amministrazione o a una comunità di adattarsi, innovare e diventare più resiliente.

Non si tratta di semplificare, ma di rendere la complessità navigabile: significa capire quali dimensioni del rischio climatico sono più rilevanti, come si intrecciano con supply chain, competitività, infrastrutture, salute dei territori. Significa anche garantire che la scienza sia
inclusiva, che i risultati non siano solo numeri, ma diventino linguaggi, strumenti per connettere scienziati, policy maker, manager e cittadini.

La sfida è costruire narrazioni scientifiche che possano stimolare capacità di visione, guidando investimenti, regolazioni e trasformazioni concrete. Significa mostrare che ogni dato climatico parla di comunità, persone, filiere, infrastrutture, territori.

Al centro del mio lavoro c’è l’impatto: aiutare imprese, istituzioni e comunità a trasformare l’incertezza in strategie e la conoscenza in visione.

In un'economia che deve decarbonizzarsi, che ruolo ha il settore produttivo e come deve avviare un cambiamento concreto?

Il settore produttivo ha un ruolo decisivo nella decarbonizzazione: da un lato è responsabile di una parte rilevante delle emissioni, dall’altro possiede le tecnologie, le competenze e la capacità organizzativa per accelerare la transizione. La sfida non è solo ridurre l’impatto, ma ripensare modelli industriali, processi e filiere con una logica sistemica, integrando sostenibilità, efficienza e competitività.

Il cambiamento concreto parte dalla conoscenza: dati climatici, analisi dei rischi e metriche di performance ambientale sono la base per prendere decisioni informate e pianificare investimenti strategici. Poi serve innovazione: tecnologie low-carbon, digitalizzazione, nuovi materiali, supply chain trasparenti e resilienti.

Ma la leva più potente resta la cultura: leader capaci di visione, collaborazione e responsabilità. Serve un’industria che non aspetti regolazioni future, ma diventi protagonista del cambiamento, che investa nella ricerca, formi competenze ibride, stimoli partnership con università e centri d’eccellenza, adottando modelli decisionali che includano non solo il valore economico, ma anche l’impatto ambientale e sociale.

La decarbonizzazione non è solo una sfida tecnica: è una sfida culturale. E il settore produttivo può essere il luogo dove questa sfida diventa opportunità.

Tag tematici: She SPS Italia Sostenibilità

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