Salta

Intervista a Natasha Yamamura, CEO di Algae Scope

13 novembre 2025
Intervista a Natasha Yamamura, CEO di Algae Scope

Natasha è un'imprenditrice esperta con oltre 15 anni di esperienza nel settore dei combustibili marini, dell'economia blu e delle soluzioni all'avanguardia nel campo delle alghe marine. Con un MBA (ESCP Londra/Parigi) e attualmente residente a Venezia, è CEO di Algae Scope, una startup che sviluppa bioprodotti innovativi a base di alghe marine per sostituire le sostanze chimiche PFAS e i prodotti petrolchimici. Attraverso la creazione di partnership strategiche a sostegno di un'economia circolare rigenerativa, combina la strategia aziendale con i benefici ambientali per ottenere un impatto commerciale reale, senza compromettere la sostenibilità. Algae Scope ha sviluppato un rivestimento per tessuti impermeabile e ignifugo, un sostituto biologico dei PFAS tossici realizzato al 100% con alghe marine.

Quali sono le principali sfide tecniche e di mercato che Algae Scope ha incontrato nell’implementazione del rivestimento a base di alghe per sostituire i PFAS nei tessuti?

La prima sfida, dal punto di vista tecnico, è che si tratta di un'area di innovazione molto nuova, che può richiedere molto tempo e denaro per sviluppare un prodotto pronto per il mercato. Penso che sia lo stesso problema per tutte le start-up: creare un prodotto che abbia un forte impatto sul mercato. In particolare per i PFAS, ogni paese ha regolamentazioni diverse che entrano in vigore in tempi differenti, ogni produttore ha una propria filiera e un proprio metodo di applicazione dei rivestimenti, e molti di questi processi non sono trasparenti.

Per noi è fondamentale comprendere l’intera catena del valore e tutti gli attori coinvolti. A volte parliamo con i brand che si dimostrano molto entusiasti, ma poi quando entriamo in contatto con il team tecnico, può emergere che il nostro prodotto non sia adatto per l’uso specifico.

Dobbiamo continuare a identificare quale materiale possa rappresentare per noi il caso di test migliore, quello che ci permetta di arrivare sul mercato nel minor tempo possibile e con il minor investimento possibile. E tutto questo è molto complesso da realizzare con un team piccolo. Stanno emergendo molti fondi di venture capital focalizzati sullo sviluppo sostenibile e sulla blue economy, ma il loro modello di business punta generalmente a un ritorno del capitale di 3 o 10 volte entro i prossimi cinque anni.

Lo sviluppo di tecnologie legate a prodotti fisici è però più complesso e richiede tempi più lunghi, e proprio per questo diventa una scelta strategica per l’azienda trovare un equilibrio: raccogliere abbastanza risorse per finanziare lo sviluppo, senza però perdere il controllo sulla direzione che vogliamo intraprendere.

In qualità di CEO di una start up altamente innovativa, come vedi il futuro della Blue Economy e il ruolo delle aziende private nel promuovere uno sviluppo sostenibile?

Credo che ci siano ancora moltissime cose che non sappiamo sugli oceani. A livello tecnico, oggi siamo in grado di coltivare solo poche decine di specie di alghe, mentre ne esistono oltre 10.000. Le alghe crescono senza fertilizzanti, pesticidi o necessità di suolo.

Se poi pensiamo che i combustibili fossili derivano dalle alghe, viene naturale ipotizzare che possiamo usare queste risorse marine per sostituire l’energia o i prodotti petrolchimici.

Ci sono molte start-up brillanti che stanno sviluppando prodotti innovativi a base di alghe, ma rappresentano ancora una minoranza. È importante anche non commettere gli stessi errori dell’agricoltura terrestre. Dobbiamo imparare da quegli errori e puntare, ad esempio, a coltivare alghe insieme ad altre specie come molluschi e pesci: questo approccio, chiamato acquacoltura multitrofica integrata, permette agli organismi di migliorare e purificare a vicenda i nutrienti presenti nell’acqua, contribuendo a pulire l’ambiente marino. La maggior parte delle macroalghe destinate al consumo umano subisce solo processi di trasformazione molto leggeri ed è ricca di nutrienti e minerali. È fondamentale guardare l’intero ciclo produttivo per essere sicuri di non distruggere, ma di rigenerare, mentre si producono materiali sicuri da usare e da mangiare.

Secondo te qual è il rapporto tra sostenibilità e innovazione e come la tua azienda intende sfruttare questo legame?

Credo che entrambe le parole — sostenibilità e innovazione — siano oggi usate in modo eccessivo e che possano indicare sia aspetti positivi che negativi.

Per esempio, l’innovazione come quella dei telefoni cellulari ha sicuramente reso la nostra vita più semplice grazie alla tecnologia, ma allo stesso tempo alcune applicazioni ci hanno resi più distaccati e infelici. Lo stesso vale per la sostenibilità: alcune bioplastiche, pur includendo materiali di origine biologica e riducendo l’uso di plastica, rendono il riciclo ancora più complicato, perché si fondono a temperature diverse rispetto alla plastica tradizionale.

Mi chiedo anche se, con la nostra invenzione, stiamo inconsapevolmente promuovendo una “moda sostenibile senza sensi di colpa” che ci incoraggia a consumare di più, invece di far capire alle persone che la vera sostenibilità significa consumare meno. Tuttavia, grazie alla sua funzionalità impermeabile e ignifuga, la nostra invenzione sarà destinata a tessuti più tecnici e performanti, il che significa che questo è meno probabile.

È un dibattito importante, ma credo che avere la possibilità di non utilizzare i PFAS sia comunque un primo passo fondamentale, una goccia nell'oceano come soluzione, ma se funzionasse su larga scala, potrebbe avere un impatto enorme.

Più approfondiamo le nostre ricerche, più scopriamo dati allarmanti: ad esempio, in uno studio su 72 articoli tessili per bambini (negli Stati Uniti e in Canada), soprattutto uniformi scolastiche e capi resistenti all’acqua o alle macchie, il 100% conteneva PFAS.

Dall’altro lato, vedo anche l’enorme potenziale positivo dell’uso di risorse marine come le alghe, che non richiedono acqua dolce, terra né fertilizzanti, e che possono quindi rappresentare un modo davvero sostenibile per produrre materie prime.
Soprattutto in Italia, con la sua lunga costa e un’acquacoltura ben sviluppata, questo approccio può trovare terreno fertile. Il nostro obiettivo è progettare la produzione in modo tale che più si produce, più si rigenera l’oceano: e questa, per me, è la vera sostenibilità.

Tag tematici: Innovazione She SPS Italia Sostenibilitā

Condividi: