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Intervista ad Irene Chirico, Key Account Manager di RAVAGO Manufacturing Italia

4 novembre 2026
Intervista ad Irene Chirico,  Key Account Manager di RAVAGO Manufacturing Italia

Irene Chirico è un Ingegnere dei Materiali specializzata in materiali plastici che ha sviluppato un approccio strutturato e orientato alla risoluzione dei problemi, grazie a diverse esperienze lavorative nel settore.
Nel suo ruolo attuale di Key Account Manager per RAVAGO Manufacturing Italia Irene unisce questa impostazione ingegneristica a una naturale attitudine alla collaborazione e alla comunicazione, costruendo relazioni di valore con clienti e stakeholder, supportandoli nel portare innovazione attraverso i materiali nei loro prodotti.

Che ruolo hanno oggi le tecnologie nell'ottimizzazione dei processi di produzione e riciclo della plastica?

Il ruolo della tecnologia dei suoi progressi è fondamentale nel settore della produzione di compound polimerici e nel riciclo delle materie plastiche. Insieme al know-how aziendale e agli studi R&D sono le tecnologie innovative che rendono possibile un presente dove la plastica può essere veramente circolare.

Vi faccio alcuni esempi, quando buttate via i vostri oggetti in plastica nel cestino a casa vostra non state differenziando i vari tipi di materiali o i diversi colori; PP, LDPE, HDPE, PET, PS sono tutti mescolati. Questo mix non può essere riciclato e reimpiegato in modo corretto, si può solo fare downcycling; impiegare materiali potenzialmente nobili in applicazioni che richiedono performance meccaniche o estetiche molto inferiori. Così un fusto del detersivo non torna ad essere un nuovo fusto del detersivo, ma va a finire magari come riempitivo nel settore edile; questa non è vera circolarità, solo l’illusione che lo sia. Grazie ad alcune particolari tecnologie oggi i riciclatori sono in grado di separare i diversi materiali in flussi separati, così quello che nella sua “prima vita” era un film di LDPE protettivo, torna ad essere un prodotto similare, senza disperdere le potenzialità del materiale plastico riciclabile.

In Ravago, è proprio qui che entra in gioco la nostra esperienza nel riciclo e nella compoundazione dei polimeri. Grazie a decenni di esperienza nell’upciclyng degli scarti plastici e al costante focus sull’utilizzo della tecnologia, abbiamo sviluppato processi avanzati che ci permettono di trasformare materiali post consumer e post industriali in compound riciclati di alta qualità, con prestazioni stabili. In altre parole, contribuiamo a chiudere il cerchio assicurando che i materiali risultanti siano affidabili e realmente riutilizzabili in prodotti a valore aggiunto.

Sul tema della plastica industriale circolano molte fake news. Perché secondo te è così difficile fare informazione corretta?

La plastica è stata demonizzata negli ultimi decenni, purtroppo la conoscenza dei consumatori è stata plasmata da notizie spesso false oppure senza un reale supporto di dati; spero vivamente che la normativa europea intervenga in questo senso. La disinformazione e le fake news alimentano il circolo del Green Washing dove si cerca solamente di prendere in giro il consumatore puntando sulla diffusa sensibilità alle tematiche ambientali. I polimeri sono materiali leggeri, flessibili in termini di proprietà e performance estetica, mediamente meno costosi delle alternative in metallo, ceramica o legno e molto più facilmente riciclabili. Non sono stati pensati per degradarsi e scomparire nell’ambiente, ma per essere durevoli nel tempo; il vero problema è l’uso che ne facciamo noi proprio grazie all’ottimo rapporto costo/qualità. Buttare per strada o lasciare rifiuti nell’ambiente è sbagliato ed è questo che ci ha portato ad avere inquinamento diffuso.

Essendo un Ingegnere mi piace basarmi sui numeri e i calcoli, c’è un modo univoco per valutare quale opzione sia la migliore; lo studio del Life-Cycle Assessment (LCA) e il Product Carbon Footprint. Con un numero solo includiamo tutte le emissioni di quel prodotto, l’energia consumata, i trasporti e anche l’impatto del suo end-of-life; se finirà la sua vita in discarica perché non è riciclabile oppure potrà essere reimmesso nei processi produttivi.

Facciamo due esempi; una bottiglietta di plastica, la classica da mezzo litro, ha un Carbon Footprint di 0,08 kg di CO2 equivalente, una equivalente di alluminio ha un Carbon Footprint di circa 1 kg di CO2 equivalente. L’impatto è di 50 volte superiore per l’alluminio, perché continuiamo a demonizzare la plastica se i numeri invece parlano chiaro?

Vi evidenzio anche un altro numero interessante che mi ha personalmente fatto molto riflettere;, scegliere di cucinare i pomodori fuori stagione, utilizzando prodotti cresciuti in serra genera 2,42 kg di CO2 equivalente / kg di prodotto. Come consumatori impattiamo 10 volte di più per aggiungere i pomodorini all’insalata di inverno rispetto ad utilizzare una bottiglia di PET usa e getta. Se accanto mettiamo una bistecca bovina, dove siamo a 22 kg di CO2 equivalente / kg di prodotto, abbiamo emesso gas serra in un singolo pasto equivalenti circa a 100 bottigliette di acqua usa e getta.

È sicuramente più facile demonizzare un singolo materiale ed una singola filiera rispetto ad analizzare seriamente quali sono le azioni veramente più impattanti e assumerci la responsabilità delle scelte che facciamo ogni giorno come consumatori.

Decarbonizzazione e carbon footprint sono centrali nel dibattito sulla sostenibilità. Quanto è davvero possibile ridurre l’impatto ambientale della plastica lungo il suo ciclo di vita?

Se guardiamo i numeri, la produzione del materiale plastico contribuisce in media tra il 20% e il 40% al Carbon Footprint totale del prodotto. Questo significa che la parte predominante delle emissioni non arriva dal polimero in sé, ma da ciò che gli sta attorno: peso, trasporti, trasformazioni, energia di processo e gestione del fine vita. Nei packaging leggeri, per esempio, il contributo del materiale scende spesso al 20–25%, mentre il resto dell’impatto è dovuto alla logistica. Ed è proprio qui che la plastica ha un vantaggio enorme: la leggerezza. Ridurre il peso di un packaging del 20–30% genera riduzioni di emissioni irraggiungibili per materiali alternativi come vetro o alluminio, dove la fase di produzione può arrivare fino al 70–80% dell’impronta totale.

Un altro punto fondamentale è il fine vita. La plastica nasce riciclabile, ma serve una filiera efficiente. Oggi il riciclo meccanico e il riciclo chimico stanno evolvendo rapidamente grazie all’innovazione tecnologica, permettendo di riportare nel circuito anche polimeri complessi o contaminati. Ogni volta che un chilo di plastica rientra nel ciclo produttivo anziché finire in discarica, risparmiamo tra il 70% e il 90% delle emissioni rispetto alla produzione di materiale vergine. È un potenziale enorme, concreto, misurabile.
Quindi è possibile ridurre sensibilmente l’impatto ambientale della plastica lungo il suo ciclo di vita, ma serve spostare il focus: non ha senso demonizzare il materiale, ha senso ottimizzare i sistemi,

LCA alla mano, la plastica è spesso la soluzione con il minor Carbon Footprint disponibile.

Come RAVAGO abbiamo investito moltissimo nella riduzione del nostro impatto ambientale e ci basiamo proprio sui calcoli di Carbon Footprint per guidare le decisioni strategiche di investimento verso la riduzione delle emissioni collegate ai nostri prodotti. Per darvi alcuni esempi; su un prodotto riciclato Post-industriale o Post-Consumo, grazie agli investimenti fatti verso un mix energetico sostenibile e l’efficientamento logistico e produttivo si arriva ad una riduzione anche dell’80% in termini di CO2 equivalente. Questo può avere un grosso impatto sul prodotto finito, dove la quota data dal materiale di partenza pesa fino al 50%; tuttavia ci sono altri contributi importanti come il processo produttivo (fino al 20%), i trasporti (fino al 15%) e il tipo di fine vita; tra un prodotto riciclabile e uno invece destinato in discarica si possono avere differenze fino al 15%.

Tag tematici: She SPS Italia Sostenibilità

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