Laureata in Fisica con lode all’Università di Parma e Dottore di Ricerca in Fisica Tecnica, è Professoressa Ordinaria di Fisica Tecnica Industriale presso il Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Parma, dove è stata anche Prorettrice per la Didattica e i Servizi agli Studenti (2017–2023). Dal 2023 è Presidente dell’Associazione della Fisica Tecnica Italiana e dell’Unione Italiana di Termofluidodinamica, membro del Comitato Scientifico di RSE e co-responsabile del Gruppo “Formazione ed Educazione” della Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile (PNNS) del MASE.
Sara, hai una formazione in Fisica ma hai costruito la tua carriera nel mondo dell’Ingegneria. In che modo la tua disciplina, la Fisica Tecnica Industriale, rappresenta un ponte tra scienza pura e applicazioni pratiche nel mondo industriale?
La Fisica Tecnica Industriale studia, sul piano scientifico e didattico-formativo, gli aspetti fondamentali e applicativi della termodinamica, della trasmissione del calore, dell’energetica e della termofluidodinamica. Si tratta di una disciplina di grande rilevanza scientifica e di carattere fortemente trasversale, che trova applicazione in primo luogo in tutti i settori dell’ingegneria, ma anche nei campi dell’architettura e del design, delle tecnologie alimentari, della medicina, della sicurezza e in molti altri ambiti. L’elemento più rilevante della Fisica Tecnica Industriale è la sua natura di disciplina che coniuga lo studio dei fenomeni fisici con l’attenzione alle applicazioni, ponendosi come un ponte tra la scienza di base e la tecnologia. Essa consente di affrontare in modo quantitativo e sistemico i temi dell’energia, dell’efficienza dei processi e della sostenibilità ambientale, contribuendo in modo essenziale alle sfide della transizione energetica e alle questioni di maggiore attualità scientifica e industriale. L’aspetto, a mio avviso, più stimolante di questa disciplina risiede proprio nella capacità di dare risposte concrete a problemi reali di interesse industriale. Osservare nascere o crescere un’azienda, anche grazie ai risultati delle ricerche e delle collaborazioni sviluppate, rappresenta una delle soddisfazioni più grandi che ho avuto l’onore di sperimentare nel mio percorso: è la dimostrazione tangibile di come la conoscenza scientifica possa tradursi in innovazione, sviluppo e impatto reale sul territorio. Venendo, infatti, alla mia esperienza presso l’Università di Parma, con il mio gruppo di ricerca abbiamo sviluppato una ricerca applicata nel campo dell’incremento di efficienza energetica nei processi dell’industria alimentare, un ambito in cui il territorio esprime una specifica vocazione. Grazie al dialogo costante con le aziende del territorio, abbiamo sviluppato soluzioni innovative che integrano sostenibilità, competitività e trasferimento tecnologico, affermandoci come riferimento riconosciuto a livello internazionale in questo settore. Questo approccio contribuisce a “fare sistema”, rafforzando il legame tra università, imprese e istituzioni e favorendo la crescita condivisa di competenze, conoscenza e innovazione.
Presiedi due importanti associazioni scientifiche nel campo della termofluidodinamica e della fisica tecnica. Qual è il valore della collaborazione scientifica in questi ambiti e che ruolo gioca nella tua attività di ricerca?
Sì, la dimensione associativa è fondamentale per la crescita e l’evoluzione della ricerca scientifica. La complessità delle sfide contemporanee richiede collaborazioni multidisciplinari e la condivisione di competenze, strumenti e visioni. Nell’attività di ricerca, il confronto continuo con colleghi di altri atenei e centri di ricerca, anche a livello internazionale, contribuisce a mantenere il lavoro scientifico aperto al dialogo e capace di anticipare le sfide tecnologiche e metodologiche del futuro.
Le associazioni scientifiche rappresentano un luogo privilegiato di incontro e confronto tra ricercatori, professionisti e istituzioni, ma anche un interlocutore autorevole e riconosciuto a livello istituzionale, in grado di rappresentare i punti di vista e le proposte della comunità della Fisica Tecnica Italiana e della Termofluidodinamica Italiana — rispettivamente per le due associazioni che ho l’onore di presiedere pro tempore — in tutte le sedi in cui ciò sia necessario. Nel caso dell’associazione della Fisica Tecnica Italiana, il ruolo di coordinamento — condiviso con un Consiglio Direttivo in cui sono rappresentate le diverse macro-aree a livello nazionale — si traduce in un dialogo costante con i Ministeri, l’ Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR), il Consiglio Universitario Nazionale (CUN) e gli altri organismi istituzionali di riferimento, contribuendo alla definizione di strategie e politiche per la ricerca e la formazione nel settore. Un ruolo altrettanto importante è la promozione e il sostegno ai giovani ricercatori — attraverso premi, scuole estive e iniziative di coordinamento — che rappresentano il futuro e la continuità della comunità scientifica. Nel caso della UIT abbiamo costruito anche strumenti di comunicazione e condivisione, come newsletter periodiche e canali informativi dedicati, che favoriscono la partecipazione attiva dei soci e la diffusione dei risultati e delle iniziative della comunità scientifica.
In più occasioni hai sottolineato come la scienza possa essere uno strumento di emancipazione. Cosa intendi con questa affermazione, e perché è importante oggi, soprattutto per le giovani generazioni?
Sono assolutamente d’accordo: la scienza è uno straordinario strumento di emancipazione.
La conoscenza scientifica è, in fondo, una forma di libertà: conoscere significa essere in grado di leggere la complessità del mondo, di non subirla, di prendere decisioni fondate su evidenze e non su opinioni. La scienza offre la possibilità di comprendere, scegliere e partecipare consapevolmente ai processi di cambiamento tecnologico che attraversano la società.
Lo stesso vale per le discipline non scientifiche che, a mio avviso, devono dialogare e convivere in modo armonico con quelle scientifiche; ma nella scienza questa libertà acquista una valenza particolare, poiché si traduce nella capacità di incidere concretamente sul futuro. E mentre è ancora comune che le donne si dedichino più spesso alla cultura umanistica che alla scienza, è proprio attraverso la partecipazione piena e consapevole alle discipline scientifiche che si può colmare questa distanza, promuovendo una presenza femminile capace di portare nuovi sguardi, nuovi linguaggi e nuovi modi di interpretare l’innovazione. È interessante notare, ad esempio, che nei percorsi di formazione scientifica il divario retributivo di genere tende ad attenuarsi: le competenze tecnico-scientifiche offrono maggiori opportunità di accesso a ruoli qualificati e meglio retribuiti, contribuendo così in modo concreto alla riduzione delle disuguaglianze.
La scienza, in questo senso, non è solo conoscenza: è partecipazione, responsabilità e opportunità di trasformazione, individuale e collettiva e per questo ritengo che la formazione scientifica sia uno dei più potenti strumenti di equità: rende le persone più autonome, più critiche e più capaci di costruire il proprio futuro. Per me è stato così, anche se il percorso non è stato privo di ostacoli.
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